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In molte cucine di una volta il fuoco non era solo un mezzo per cucinare. Era una presenza. E intorno a quel fuoco, spesso, c’era una pentola che non si spegneva mai davvero. Non perché fosse sempre piena allo stesso modo, ma perché era sempre pronta a tornare in vita. A volte con un minestrone, a volte con uno stracotto. A volte con quello che c’era.

La pentola era una promessa silenziosa. Diceva che, se qualcuno avesse avuto fame, qualcosa ci sarebbe stato. Non era un gesto organizzato, non era beneficenza. Era un’abitudine. Un modo di stare al mondo.

Nel dopoguerra, quando il cibo non era scontato e la povertà non aveva bisogno di presentazioni, questa pentola rappresentava molto più di un pasto caldo. Era una rete di sicurezza. Un luogo dove la cucina smetteva di essere privata e diventava collettiva. Chi aveva qualcosa in più non lo dichiarava, lo metteva sul fuoco.

In alcuni paesi si sapeva. C’erano case dove la porta era sempre socchiusa, e il profumo che usciva dalla cucina diceva tutto. Non servivano inviti. Bastava bussare. O a volte nemmeno quello.

Lo stracotto, in questo contesto, era perfetto. Non richiedeva attenzione continua, ma presenza. Poteva cuocere a lungo, accogliere aggiunte, allungarsi se necessario. Un pezzo di carne diventava cibo per molti, se accompagnato dal tempo e da un po’ di pane. Era una cucina che si adattava, che rispondeva alle esigenze del momento.

C’erano famiglie che, per condizioni o per scelta, erano considerate “ricche”. Ma la ricchezza non si misurava solo in ciò che si possedeva. Si misurava in ciò che si riusciva a condividere senza farlo pesare. In certe case, dopo la guerra, chi aveva fame sapeva che avrebbe trovato una pentola accesa. Magari non sempre uguale, ma sempre sincera.

In quelle cucine la pentola non veniva mai svuotata del tutto. Si aggiungeva acqua, si aggiungeva qualcosa, si faceva andare ancora. Il cibo aveva una continuità che oggi abbiamo dimenticato. Non si cucinava “per oggi”, ma per un tempo più lungo, indefinito. La cucina non era una sequenza di piatti, ma un flusso.

Lo stracotto, in questo flusso, aveva un ruolo centrale. Era il piatto che teneva insieme i giorni. Poteva iniziare in un modo e finire in un altro. Poteva essere mangiato a tavola, o raccolto con il pane. Poteva nutrire chi passava, senza chiedere nulla in cambio.

E non era raro che quelle stesse case diventassero luoghi di passaggio, di sosta, di incontro. Non solo per i poveri o gli affamati, ma anche per chi cercava un tetto, una pausa, un silenzio diverso. In alcune di queste dimore, la storia ha lasciato tracce importanti. Si racconta che persino Torquato Tasso soggiornò per qualche mese in una di esse, accolto non come poeta, ma come uomo. Con un piatto caldo, una stanza, e il tempo necessario per fermarsi.

Questo dice molto di quel modo di cucinare. Non era una cucina che faceva distinzioni. Non chiedeva chi fossi prima di servirti. La pentola era lì, accesa, e bastava questo.

Lo stracotto nelle cucine di una volta non era una ricetta codificata. Non aveva dosi precise. Cambiava in base a ciò che entrava nella pentola. Ma aveva una costante: il tempo. E il tempo, in quelle case, non veniva risparmiato. Veniva investito.

Tenere una pentola accesa significava scegliere di esserci. Significava accettare che qualcuno potesse arrivare. Che la giornata potesse prendere una piega diversa. Era un atto di disponibilità, prima ancora che di generosità.

Oggi questa idea sembra lontana. Cuciniamo porzioni precise, tempi precisi, momenti precisi. Ma lo stracotto conserva quella memoria. Anche quando lo prepariamo per noi, anche quando lo mangiamo in un panino, porta con sé l’eco di quella pentola che non si spegneva mai.

Per questo lo stracotto non è solo un piatto della tradizione. È un gesto antico. È una risposta concreta a un bisogno reale. È cucina che si fa carico del mondo intorno, senza proclami.

In un’epoca in cui tutto è misurato, lo stracotto ricorda un tempo in cui si cucinava “abbondante” non per eccesso, ma per sicurezza. Perché non si sapeva mai chi sarebbe arrivato.

La pentola che non si spegneva mai non era simbolo di spreco. Era simbolo di presenza. E forse è per questo che, ancora oggi, lo stracotto ha un valore che va oltre il sapore. Perché racconta un modo di vivere in cui il cibo era relazione, responsabilità, accoglienza.

E quella pentola, anche se oggi è diversa, continua a fumare. Ogni volta che lo stracotto torna sul fuoco, riaccende un’idea che non ha mai smesso di essere attuale.